Orfeo Verdicchio


Ubaldo Bartolini, l’origine, la natura, la cultura: ovvero l’avvento della “Cosa”, dal cat. della mostra “Regressioni ed esperienze originarie sul linguaggio”. Gall. Maniero, Roma, 2000

Mi sembra di scorgere che Bartolini, lungo il suo parlare pittorico, è sempre accompagnato, del resto come ogni artista, da ciò che chiamerei un “sintomo-partner”. Questo sintomo, non è la sua tela con i suoi tratti di colore a volte sublimi, ma l’oggetto della sua pittura di cui il paesaggio e la sua musa ne sono parte integrante. Il paesaggio non è mai solo: un personaggio ne solca il cammino e guarda altrove. Bartolini così non è solo nel guardare i suoi paesaggi, le sue acque e le sue luci e, mentre passeggia tra le sfumature della sua tela, c’è uno sguardo Altro che affida alla sua musa e che, ingenuamente, sembra straniante a lui stesso. E’ questa la sua parola non tutta: l’Altro gli fa eco. Dunque non c’è ripetizione, se non nella domanda soggettiva verso la bianca tela che, non ottenendo risposta, lo invita a proseguire tracciando e colorando nuovi orizzonti.
[...] non mi sento di inquadrare Bartolini come un melanconico, semmai è un romantico che in alcuni tratti è struggente. Semmai il suo sguardo, giacché artista, è accompagnato dal sintomo melanconico alla ricerca della “Cosa”.
Ma che cos’è questo sintomo melanconico che accompagna l’artista? La melanconia, in fin dei conti, è il risultato che può caratterizzare l’artista che, distaccatosi dall’identificazione, tenta di interrogare il suo oggetto oltre la materia della sua arte, oltre la propria sembianza d’oggetto riflessa nella tela. è in quest’attimo di smarrimento, di vuoto assoluto, che la melanconia fa la sua comparsa. Però a differenza della perversione melanconica in cui si vuole l’oggetto ma non la via che ad esso conduce sbarrandone lo stesso desiderio che glielo aveva fatto intravedere, l’artista – anche se toccato dalla melanconia – non perde la vita come Narciso nel folle tentativo di appropriarsi della propria immagine e colmare il suo amore. Egli sa che l’immagine che appare sulla tela, non è quella che si aspettava. E’ sempre colto di sorpresa da quest’immagine sostanzialmente ingannevole – nel senso che essa è “non tutta”- che lo rimanda inevitabilmente ad un ulteriore impegno attraverso una nuova rappresentazione. Ecco perché l’Artista, quello autentico, non può mai ripetersi anche se le scene, i contenuti, i colori, le rime, i rimandi sembrano uguali al precedenti. Ciò, infatti, non ha a che fare con la stereotipia. Da questo stile soggettivo Ubaldo Bartolini, l’Artista, non può discostarsi. Ecco allora i paesaggi, le mille sfumature di luce che tagliano d’improvviso le ore del giorno, le forme implose e le Muse, invocate tramite la loro comparsa nella scena, quali protettrici della rappresentazione dell’oggetto a lui più caro ma al tempo stesso più impertinente: della “Cosa” insita in ogni opera d’arte. Jacques Lacan nel suo Seminario “L’etica della psicoanalisi”, testualmente afferma: “In un’opera d’arte si tratta sempre in un certo qual modo di circoscrivere la Cosa”.
Il lavoro dell’artista è molto più simile al lavoro del lutto che a quello della melanconia caratterizzata dall’impossibilità di godere dei risultati di un paziente lavoro. Questa, infatti, è un rimuginare su ciò che non sarà mai possibile in cui le parole – di qualsiasi tipo – si ripetono sempre uguali in una monotonia silenziosa e mortifera. L’artista, invece, è un “dannato” del lavoro, del linguaggio, ed è costretto alla parola ogni qualvolta entra in contatto con qualcosa che interroga l’oggetto del suo desiderio e gli fa balenare la “Cosa”. Ecco allora la sua parola che si rinnova sempre, a volte gioiosa ma spesso anche sofferente nonostante, in Bartolini, ad esempio, essa si ammanti di luci accecanti o soffuse. Di sicuro però, non c’è stagnazione, né ripetizione. Egli va avanti dando all’oggetto dell’inconscio la dignità della “Cosa” che prosegue in modo autonomo mostrando nuovi e vivaci sussulti distaccati dall’oggetto di partenza. Di certo Bartolini, per primo, non ne conosce il risultato; potrà immaginarlo, ma mai in modo esaustivo. Comunque non sarà assoggettato dal suo stesso oggetto ma, tramite questo, si spingerà fino al punto in cui la materia, spogliata da questo legame di appartenenza, si farà parola nuova e, lontana dalla vera melanconia, comincerà il suo percorso intorno al buco creativo, alla mancanza insita nella “Cosa”. Das Ding, così Freud chiamava “La Cosa”. Lo stesso Freud che dichiarava che “L’essenza della creazione artistica ci è inaccessibile dal punto di vista della psicoanalisi”. La “Cosa” quindi è generata da un impossibile. Essa si manifesta con il primo vagito che segue al distacco originario. è un nome della perdita primordiale insita nella nascita che testimonia di un Origine ormai persa irrimediabilmente. [...] Una sostituzione e non un’uguaglianza con la “Cosa”; ne rimane dunque uno scarto e una perdita di godimento. Ma guai se non ci fosse! Tutta la struttura simbolica verrebbe meno e saremmo confusi e perduti per sempre nell’immaginario. La “Cosa”, questo vuoto primordiale culla del linguaggio e padre della cultura, dei significante, si erge libera e si fa desiderio creativo.
è l’avvento dell’uomo come soggetto di desiderio e dunque anche dell’Artista come colui che spinge la sua parola, scritta, parlata, scolpita o dipinta in un al di là del sembiante di oggetto, del senso comune, recuperando nell’atto creativo una parte del godimento perduto della “Cosa”. Il segno, con colori vivaci, si iscrive delimitando i contorni del vuoto su cui, parola dopo parola, tratto dopo tratto, colore dopo colore, va a prendere posto la creazione artistica là, dove un tempo, finita la beanza, si mostrò la “Cosa”. Questo è anche Ubaldo, o meglio l’Artista Ubaldo Bartolini.