Arnaldo Romani Brizzi


Intensa attesa, dal cat. della mostra “Quasi autunno”, Gall. Il Polittico, Roma, 1995

La provenienza dell’arte pittorica di Ubaldo Bartolini, come ormai tutti i commentatori e gli appassionati della sua arte sanno, è una provenienza dall’azione concettuale. Un chiaro esempio lo fornisce la serie dei suoi Pennelli, sulle cui setole egli dipingeva paesaggi, normalizzando il paradosso di un pennello che non dipinge l’immagine, ma la riceve, come scrisse in maniera davvero efficace Mariano Apa.
Poi si attestò, a partire dal 1980 e in avanti, nel genere paesistico; ma questa azione si rese per lui possibile ancora in chiave concettuale, laddove l’impostazione di immagine si affidava a una vicenda di stereotipo, con l’esibito atteggiamento di voluta manipolazione di un eventuale “mauvais gofit”, insito, per esempio, già nella costanza ripetitiva del soggetto.
Ma è chiaro che tale racconto, assunto per una sua estremizzazione nella presa di posizione e di scelta tematica, contenendo in sé gli elementi di una superiorità reale, ha finito con il prevalere, in Bartolini, per se stesso e senza ulteriori, aprioristiche intermediazioni. Con ciò intendo asserire che la tematica paesistica e grazie anche ai risultati pittorici dello stesso Bartolini ha dimostrato una “eternità” al di sopra di tutte le parti e posizioni ideologiche, flagrante nel momento in cui, pari a Sibilla, interrogata, risponde, ancorché per enigmi. E il suo enigma è l’enigma immortale della natura. (Chi avesse ancora delle resistenze in merito, nel recepire serenamente il portato di tale tematica, ricorra alle cure di qualche psicoterapeuta).
è una nitida constatazione di quanto sopra detto che, a un certo punto e già da molti anni, ha consentito a Ubaldo Bartolini quel passaggio che Maurizio Calvesi ha così registrato: “Nei paesaggi di Ubaldo Bartolini – nel percorso della loro nascita, sviluppo e trasformazione – sono entrati in gioco due parametri apparentemente inconciliabili, ma in realtà collegati da una sia pur diversa funzione del simbolo: quello del paesaggio come stereotipo e quello del paesaggio come luogo dell’anima”. Ubaldo Bartolini è autore che manifesta una encomiabile fedeltà alla via artistica intrapresa. Ma la sua intelligenza gli ha concesso di non cadere nella ripetizione vuota di una modalità fine a se stessa. Bensì di concedersi, e di concedere al racconto, tutti gli slittamenti progressivi determinati dalle nostre, umane e inevitabili, modificazioni d’anima nel corso del tempo.
L’evoluzione dell’arte di Ubaldo Bartolini è di certo esaltata da una evidente presa di coscienza del completo senso panico e magico della natura: il suo mondo di sentieri, forre, calanghe, valli, colli e monti, di cipressi e piccole figure di viandanti, quasi quali unità di misura, in continua ricerca di compenetrazione di tutti gli elementi narrativi, al punto da dissolvere una immagine nell’altra per effetti di possibili nebbie o caligini, o rifrazioni della luce in albe e tramonti (quei momenti “tra lusco e brusco”), il suo mondo, dicevo, assumendo a riferimento alto e concreto il miglior romanticismo della nostra cultura, raggiunge momenti di intensa attesa spirituale.
[...] La volontà di maneggiare anche un irreprimibile “eccesso” di poesia identifica la pittura di Ubaldo Bartolini come con uno stigma che “santifica” ogni momento della sua pittura: dall’inquadratura del luogo, all’ora dell’azione; dalla stagione raccontata, alla conseguente dominante cromatica; dalla velatura più meditata, al passaggio di pennello più risolutivo… Tale ne è la consapevolezza – da Bartolini esercitata sempre, ormai, con autentico magistero- da divenire una componente sostanziale, vivificante dall’interno la sua arte, nell’esibizione quasi programmatica di una scelta che è un autentico “comportamento”.
Nella definizione “eccessiva, come detto, vi è la coscienza contemporanea di una intelligenza creativa che solo attraverso le vie del paradosso può permettersi di ristabilire la corretta attenzione alle ragioni più pure, ancorché di assunto romantico, di una concezione poetica. E, questo realizzando senza vergogne – che sarebbero da considerarsi piccinerie indegne di un animo che punta alla definizione del “sublime” -, Ubaldo Bartolini stabilisce le nuove possibilità di un sentire inattingibile che errate concezioni del pensiero (in passato esercitate, ma anche in tempi correnti) avrebbero voluto (o vorrebbero) proibire al sentimento contemporaneo. Ecco, quindi, il quasi autunno che costantemente è insito nella sua pittura, quella dimensione del sentimento capace di definire tutte le minime sfumature, le variabili emotive da un momento a un altro di luoghi apparentemente sempre uguali, sempre gli stessi, la sensazione di equivalente dimensione tra i luoghi e lo spirito, lo stato d’animo, la meraviglia di una melancolia capace di accompagnare la stanchezza del viaggiatore, lo stemperamento dei dati visivi nello sfarzo del colore… Tutte le componenti della pittura di Ubaldo Bartolini si concertano, ora, nella musicalità di silenzi inaudibili e di possibili, improvvisi fruscii di foglie ormai arrugginite.