Italo Mussa


La pittura Colta. Ed. De Luca, Roma, 1983

Nel 1973 Ubaldo Bartolini dipinge sopra la setola di un pennello (lo strumento esemplare per fare pittura) un mini-paesaggio naturalistico, “Acrilico su setola”. Una considerazione appare subito chiara: l’opera ha un significato tautologico. Il pennello “contiene” in fieri l’immagine, contemporaneamente è l’idea e lo strumento per rappresentare la pittura. Riflessione analitica in sintonia con i tempi in cui “esplode” la silenziosa pittura-pittura, l’opera è vicina anche all’humour dada, soprattutto a Man Ray (il più pittore tra i dadaisti). Il mini-paesaggio (pubblicato a colori nella seconda di copertina della Rivista Data, n. 10, 1973 e interamente dedicato alla pittura analitica) è eseguito con perizia tecnica. Il gusto è ironicamente kitsch, ma ciò passa in secondo piano rispetto alla raffigurazione del paesaggio, il genere attuale della pittura di Ubaldo Bartolini. Da qui ha inizio la sua poetica sull’immagine di paesaggio, fatto più di memoria che di “citazioni”.
Lo sguardo, anzi il suo camminamento spaziale, svela la “natura” irrazionale del paesaggio. L’effetto è decisamente irreale (sulla scia del paesaggio ideale seicentesco), dai tagli prospettici ampi al dosaggio atmosferico della luce e dei colori. Il paesaggio, allo stesso modo di un’immagine simbolica, svela tranquillamente i suoi significati, che sono gli ingredienti propri della veduta: alberi, monti, nuvole, fiumi, torri, castelli, case. Eseguiti di maniera, mostrano allo sguardo attento una fluidità quasi raggelata, ma chiara e armonica. Il tono della pittura è diffuso, previsto il gioco degli effetti naturali. Non c’è nulla di ironico, in tutto questo; caso mai si avverte un’inutile illusione, che è altra cosa e ben più efficace se si pensa che il paesaggio non nasce da uno sguardo diretto dal vero.
L’artista, che è dentro il suo paesaggio, almeno con lo sguardo emotivo, dipinge l’idea della spazialità aperta, come diceva Baudelaire. “Se una composizione di alberi, di montagne, di acque e di case, cui diamo il nome di paesaggio, è bella, non risulta tale per se stessa, ma per me, per la finezza che è mia, per l’idea o il sentimento che vi associo” (Scritti sull’Arte, Einaudi, 1982). Così Ubaldo Bartolini, mentre esegue le sue immagini di paesaggio, sogna una sorta di beatitudine visiva, improvvisa e misteriosa nonostante la riconoscibilità iconografica. Il suo amore per il classicismo paesaggistico di Claude Lorrain e Gaspard Dughet è un sentimento originale, che produce una bellezza incorruttibile. Certo le immagini di paesaggio di Ubaldo Bartolini acquistano più qualità pittorica via via che la mano si fa più sapiente. Anche perché il problema interiore, cioè il paesaggio, è stato già localizzato. Se è l’immaginazione a fare il paesaggio, allora la mano deve saper cogliere e tradurre le sue limpide sfumature con intensa decisione. Non solo l’occhio, anche la mano sogna, incessantemente. Così i desideri avvolgenti e indistinti dell’artista si proiettano come impressioni poetiche. La pittura deve diventare l’effetto di una solitudine operosa e insieme meditativa.
L’immagine di paesaggio non è un “genere” a sé, ma appartiene al linguaggio inattuale dell’arte.
Astrazione e figurazione sono i due poli della metafisica del quotidiano, improvvisamente i loro confini hanno spalancato orizzonti sconosciuti. L’arte s’irradia ormai in più direzioni e tutto, per l’artista, è nuovamente possibile: la rapidità clamorosa e la contemplazione immutabile. La pittura attuale è a un bivio: da una parte c’è la Transavanguardia e dall’altra la Pittura Colta.