Augusta Monferini


Tra stereotipo e archetipo, dal cat. della mostra ”Ubaldo Bartolini – 1992-2002″, Museo Civico Villa Colloredo Mels, Recanati (Macerata), 2002

Unanimemente si riconosce a Ubaldo Bartolini il merito di aver promosso con i suoi ariosi paesaggi quel ritorno alla pittura che tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, scosse le fondamenta dell’aniconismo avanguardistico. Egli figura a pieno diritto tra i comprimari di questo evento epocale che sfocia in un rinnovato approccio al pennello, in contemporaneità con i Cucchi-Chia-Clemente e accanto ai più contigui Carlo Maria Mariani e Stefano Di Stasio: con i quali peraltro condivide un itinerario che prende le mosse dalle più avanzate sperimentazioni avanguardistiche.
Se Carlo Maria Mariani si cala interamente nei panni di Raphael Mengs o di Winckelmann per risuscitare il mito della “bellezza” mediante un processo tutto mentale di imitazione dell’ imitazione neo-classica dell’antico, Bartolini con operazione analoga si traveste ora da Van Bloemen, ora da Ruysdael o da Hobbema o poi da Claude Lorrain e ancora da Dughet, Annibale Carracci o Salvator Rosa per riportare in vita la pittura di paesaggio tra classico, fantastico, romantico, pittoresco o sublime, insomma del paesaggio nei suoi molteplici aspetti storici.
Dunque Bartolini come Mariani dipinge en travesti assumendo di volta in volta nuove identità, ma non si tratta di un coup de theatre bensì di un estremo risvolto di processi mentali e intellettualistici.
Analogo è anche l’approdo alla pittura (ora “demonico” ora angelico) di Stefano Di Stasio, maestro di riti da cui promana un senso inafferrabile del tempo. Il ritorno al pennello, alla tela poggiata sul cavalletto, dipinta con il colore è conquista che questi artisti raggiungono per tappe successive muovendosi attraverso quel ramo del concettualismo che usa ogni tipo di situazione e di espressione, la parola inclusa, per riflettere sull’arte, sulla sua funzione, i suoi meccanismi teorici, o i suoi strumenti meramente fisici.
La scelta di Bartolini cade sulla pittura di paesaggio come territorio esclusivo di sperimentazione. Cosa ci vuole dire dunque l’artista con questa scelta? Egli ci dà una risposta elastica ed ambigua, che dice una cosa e allo stesso tempo il suo contrario. Indaga uno stereotipo e trova un archetipo, giocando così sul nostro desiderio insoddisfatto di punti di riferimento e sul bisogno di rinnovare la nostra emozione dinanzi a un’immagine dipinta.
Al di là di tutti i travestimenti, l’artista riesce sempre e comunque a catturarci con i suoi folti boschi ora cupi ora dorati, con i suoi cieli che si aprono cristallini tra quinte di alberi ombrosi, con le sue pallide luci invernali, con i suoi panorami evanescenti nelle brume, con i suoi calanchi argillosi che si spalancano nelle valli come ferite, con le sue alture che svettano vertiginose sopra erte pareti tufacee.
Entro la medesima griglia di paesaggio Bartolini si muove con poetica confidenza, mai ripetendosi ma trovando sempre inedite soluzioni compositive, nuovi soggetti arborei, nuove tonalità al colore, nuovi modi di dar luce alle scene. Nei suoi dipinti spira la indicibile nostalgia della pittura, una specie di sehensucht tradotta in forme sempre nuove e spesso abbreviate, sintetiche dove il colore si raggruma in morbide masse voluminose trascoloranti o bagnate di riflessi incandescenti.
Il suo linguaggio personalissimo negli anni si va trasformando, perde la descrittività dei primi anni Ottanta e assume un ritmo sincopato di curve guizzanti e tagli perentori, di bagliori che inondano la scena. Invariato resta il nostro incanto dinanzi a questo caleidoscopio di vedute che rimescolano le luci, i colori, gli odori, i fruscìi, i trascoloramenti di paesaggi già incontrati e custoditi con rimpianto nel nostro ricordo.