Lorenzo Canova


Dal cat. della mostra “Regressioni ed esperienze originarie sul linguaggio”, Gall. Maniero, Roma, 2000

Le esili e minuscole figure femminili, segnate dalla vecchiaia, che nei dipinti di Bartolini hanno percorso per anni i cammini scoscesi di aspri sentieri montani potrebbero essere viste come la rappresentazione di una forma simbolica, una metafora con cui l’artista vestiva l’arduo cammino verso le radure buie e i boschi oscuri dell’inconscio.
Tuttavia, come risvegliato dal suo sogno (o dal suo incubo), Bartolini ha visto le sue piccole figure trasformarsi in donne nude e opulente, in splendide bagnanti adagiate nell’ombra di quelle radure, abbandonate su quelle rive estreme a cui conducevano i suoi sentieri.
Queste figure femminili, che il pittore sembra avere più incontrato che inventato, appaiono come i segni di una rivelazione improvvisa, ottenuta con il rischio e la fatica quotidiana della pittura, come il premio che suggella una raggiunta consapevolezza di se stesso, delle proprie rinnovate capacità espressive.
Allora queste ninfe senza nome potrebbero essere le guide gentili per la fuga dal labirinto inviate a condurre il viaggio dell’artista attraverso altre strade, verso nuove acque in cui calarsi per un bagno salvifico di rigenerazione.
In questo rito lustrale di rinnovamento la pittura di Bartolini sembra aver toccato un vertice più alto, una profondità di canto più intensa, in cui la qualità sottile del ductus del pennello, la finezza del suo scorrere saldo e lieve nell’armoniosa creazione delle forme dal vuoto del supporto, sembrano accentuate da una raggiunta fusione tra psiche e concetto, tra il rigore mentale della ricerca artistica e la profondità della ricerca interiore. In questi dipinti anche le velature di luce e le campiture d’ombra, i fulgori liquidi e sfuggenti che si riflettono sulle acque e sui corpi, contribuiscono a segnare un momento quasi primigenio di discesa e di “regressione”.
Le pennellate traslucide (guidate da una vibrante perfezione della mano) che carezzano queste forme femminili si trasformano così nello strumento infallibile usato dall’artista per compiere il suo viaggio notturno, la traversata delle acque in cui si calano le sue ninfe prive di volto. Così le immagini misteriose e suadenti del pittore sembrano segnare il ritorno verso quel luogo sconosciuto in cui le pulsioni, il linguaggio e i ricordi si fondono in un centro indistinto, in un nucleo indefinito che solo la calda e quasi materna sensualità delle bagnanti può vestire di una forma nitida e percepibile, di una corporeità tangibile e insieme elusiva.