Da un incontro con gli studenti dell’Università degli Studi di Teramo


Da un incontro con gli studenti della Facoltà di Scienza della Comunicazioni dell’Universtità di Teramo (novembre 2013)

“LA PAURA” di Ubaldo Bartolini
La scena rappresentata si propone immediatamente come un paesaggio: una spiaggia, il mare mosso, il cielo scuro e, al centro, un uomo sovrastato da un’onda in arrivo. L’occhio esperto vi riconosce subito il “topos” del sublime romantico: i colori sono cupi, la figura, nera di spalle, appare minuscola di fronte alla natura. Ma questa ripetizione è corretta da una essenzialità di stampo espressionistico: gli elementi naturali sono purificati in linee semplici a cancellare ogni illusione di realismo “ingenuo” per diventare segni di una “verità” non logica, ma “estetica”. Il quadro rappresenta sì una scena naturale (cioè un paesaggio), ma di fatto è una “allegoria”, nel senso che, attraverso gli elementi messi in scena, il destinatario è portato a provare emozioni, moti dell’animo. Il titolo è la chiave per interpretare i singoli dettagli: la posizione della figura a metà tra acqua e sabbia allude allo stato di frontiera che caratterizza le vite ambigue della contemporaneità; l’onda asimmetrica che sovrasta sta a significare il pericolo, il rischio che minaccia le esistenze; non ancora colpisce, ma sicuramente travolgerà. A sottolineare il senso di catastrofe è la presenza di altre onde in arrivo. L’inesistenza di vie di fuga è segnalata dalla densa cupezza del cielo, che si confonde con il mare, e dal brunito marrone della sabbia, che evoca un deserto. Insomma il quadro pare dire: “l’uomo è solo”. Il quadro è rappresentativo del particolare astrattismo neo – plastico dell’autore che, riusando in una sorta di manierismo uno dei fondamentali stereotipi della tradizione figurativa, destruttura il concetto di paesaggio a favore di una iconicità mediata. In questa l’immagine non descrive la realtà naturale, ma vuole comunicare le immaginazioni dell’artista, capace di svincolarsi dall’astrattismo e dalla performance, per esprimere un’arte critica e malinconica.
Claudia Frondaroli

La Paura di Ubaldo Bartolini è un dipinto che ai più sembrerà scontato, in realtà non lo è affatto. La prima cosa che notiamo è la grande onda che sta per colpire il soggetto leggermente a sinistra della raffigurazione, che rievoca in me la figura della nonna. L’onda e la “nonnina” hanno assunto un significato totalmente diverso a quattro anni dal completamento del dipinto. Nel 2004 infatti non c’era la crisi economica che continua a flagellare l’Italia. Ecco dunque il quadro cambiare significato e diventare un’abile raffigurazione molto attuale ai nostri giorni. L’onda, che rappresenta la crisi, sta per abbattersi con forza sulla nonnina, che incarna i cittadini. Questi alla fine pagheranno il prezzo della crisi stessa. Discostandoci dal centro dell’azione, possiamo apprezzare come in realtà il mare sia calmo. La grande onda dunque si è formata all’improvviso presentandosi di colpo di fronte alla nonnina proprio come ha fatto la crisi con i cittadini. È un’onda che, dinamicamente, riempie gli occhi, presumibilmente spaventati della nonnina che, ferma dov’è, si prepara all’impatto. A seconda delle condizioni economiche e sociali, dei credi politici e religiosi, il dipinto assume un significato differente. Un discorso valido anche per le diverse fasce d’età. Adulti e anziani potrebbero vederci l’ennesima sfida da affrontare mentre i giovani, poveri giovani, una grande incertezza sul loro futuro. La domanda che tutti si pongono a questo punto, però, è: “sopravvivremmo o l’onda ci annegherà non lasciandoci scampo?”. Osservando il dipinto si nota come l’onda stia per punire il rischio corso dalla nonnina che, se si fosse trovata più internamente nella spiaggia, quasi fuori dal quadro, nella prospettiva stessa dell’osservatore, si sarebbe salvata. Quando l’onda ricadrà a terra disperdendosi rimarrà solo quel pallido cielo grigio, non proprio sinonimo di serenità, che ci rattrista e diffonde in noi la speranza che torni il sereno.
Matteo Mangiacotti

Il saggista francese Joseph Joubert sosteneva che “la paura alimenta l’immaginazione”. Tale affermazione renderebbe un’emozione così intensa ed antica, di cui l’uomo è da sempre imbelle prigioniero, la chiave della sua immaginazione e quindi della sua salvezza. La condizione di homo liber dell’artista, infatti, deriva dal suo possesso dell’immaginazione: chi immagina, può. L’artista osa immaginare, si lascia travolgere dalle umane passioni, ma è sempre lui a domarle, lasciando alla paura la sola illusione che sia essa a sguinzagliare la fantasia.
Ubaldo Bartolini osa, con la sua Arte, stravolgere l’ordine ed il senso di tale concetto apparentemente indiscutibile ed “alimenta” la sua libertà, affidandosi prima all’”immaginazione della paura” e dopo alla sua rappresentazione. Il capolavoro “La paura”, dunque, induce lo spettatore a chiedersi se l’opera dell’artista sia il risultato di un sentimento di “paura alimentata dall’immaginazione” o viceversa, se sia “immaginazione alimentata dalla paura”.
E dunque, “la paura alimenta l’immaginazione” o l’”immaginazione alimenta la paura”?
Il dubbio persiste. L’invito che l’artista rivolge allo spettatore è duplice: da un lato, lo esorta ad offrire la sua personale interpretazione dell’opera, osando immaginare senza paura alcuna; dall’altro, gli ricorda di emulare l’artista nel plasmare il proprio capolavoro: la vita, libero prima di immaginarla e poi di rappresentarla. La paura, del resto, ci fa paura perché disonesta ed imprevedibile, come tutte le emozioni: è un’onda gigante che sopraggiunge alle nostre spalle, inquietandoci ed insinuando la sua presenza, per questo la temiamo. Qualche volta riusciamo ad evitarla e qualche volta no: allora ci attraversa, bagna la nostra anima…ma se proviamo a toccarla, ci sfugge.
Giovanna Ruggieri