| Paolo Balmas: Gli anacron"ismi" dell'arte. Iconografia e stile dei protagonisti di una nuova tendenza visti uno a uno tra storia e inattualità. Flash Art n.113, aprile 1983. |
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Bartolini dipinge paesaggi ideali, li dipinge alla maniera di Claude Lorrain, ma lo stile non è così alto e una certa facilità ripetitiva vi incide le sue tracce. Naturalmente tutto questo è voluto, egli ha scelto di proposito di operare con il linguaggio ormai logoro (per essere passato attraverso troppi pennelli) degli innumerevoli epigoni del Lorenese, e anzi ama indicare in un oscuro Marinozzi, pittore di provincia morto del tutto ignaro del dibattito artistico attuale, I'ultimo inconsapevole tramite che lo lega al pittore francese e alla sua scuola.
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| Paolo Balmas: L'immagine comunica, l'immagine persuade. La Repubblica (Trovaroma) 2 febbraio 1995. |
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Oggi nell'ambiente artistico il parere più diffuso circa la ben nota disputa su astrazione e figurazione (non solo quella a sfondo politico che animò il dibattito del dopoguerra, ma anche quella più blanda che, per anni, fece da perno al contrapporsi di innovatori e tradizionalisti) è che la stessa non abbia più senso.
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| Paolo Balmas: dal cat. della mostra Quasi autunno. Gall. Il Polittico, Roma, 1995. |
| La natura di Bartolini è ancora una natura fuori del tempo, lussureggiante "senza confusione" e variata "senza disordine", le sue coordinate di luogo sono ancora mitiche più che geografiche, ma una cosa è certa: "grazia e tranquillità" non vi regnano più "sovrane". Le abita ora un sintomo oscuro, l'effetto distorcente di una pulsione profonda e insondata, una sorta di legge del desiderio che addensa la materia e nello stesso tempo le toglie peso, che rende netta la luce, ma ambigui e straniati i suoi effetti, che tutto piega in direzione di un'identità riplasmata dal movimento, vistosamente lontana dalle simmetrie e dal sapiente equilibrio delle antiche fonti. Di certo tra la incantata classicità dei secentisti e l'andamento inquieto dell'odierna pittura del nostro c'è di mezzo il primo romanticismo, ci sono Füssli e Friedrich e tutta la tematica del sublime, ma questo è, per così dire, scontato, e non basta a spiegare quale sia adesso la dinamica delle forze in gioco, quali le tensioni culturali e quali le motivazioni dell'individuo. Per vederci più chiaro è necessario ripensare gli esordi di Bartolini "paesaggista" alla fine degli anni 70, non solo al fine di ricordare il valore dichiaratamente metalinguistico della sua svolta di allora, vale a dire della decisione di resuscitare in vitro un linguaggio innegabilmente tramontato oltre che consumato da un'infinità di epigoni, ma anche per rimarcare come quella scelta stessa, a prescindere da tutto ciò che ne è poi conseguito, possa a sua volta, in se e per se, essere riguardata, oggi, come un sintomo in qualche modo caratteriale. Perché mai il paesaggio seicentesco e non la mitologia neoclassica di Mariani o i martirologi controriformistici di Di Stasio? Anche qui l'importante non è rispondere, ma rendersi conto del fatto che non si potranno mai spiegare le cose fino in fondo. La scelta di Bartolini ha funzionato. Oggi, grazie al suo lavoro, siamo assai meglio capaci di comprendere fino a che punto la natura dipinta sia sempre e solo linguaggio, convenzione secondo regole e gioco infinitamente duttile perché strutturalmente sempre uguale a se stesso. E più in generale il contributo del nostro artista, insieme a quello di tutti gli altri anacronisti della prim'ora, ci ha aiutato a difenderci con maggiore scaltrezza dalle dicotomie critiche del tipo astratto figurativo, espressivo/analitico e via dicendo, dando nel contempo una spallata definitiva all'ideologia del gruppo di frontiera, dell'arte che pretende di essere tale a priori solo quale inveramento della postazione teorica più avanzata che sia dato immaginare. Resta tuttavia un compito al quale non è più possibile sottrarsi, quello di dare ciascuno a suo modo, ovvero secondo una responsabilità assunta in proprio, qualche fattiva indicazione su come gestire la nuova libertà raggiunta, sempre che si vogliano, è ovvio, una volta di più, difendere i diritti dell'arte dall'invadenza del puro e semplice eclettismo. A questo proposito le idee di Bartolini sono innegabilmente chiare, nettissime: la libertà é un rischio un tremendo pericolo e l'artista non può nascondersi dietro la convinzione che la sua opera sia, in ultima analisi, figlia della società in cui nasce ovvero giustificata da una presunta sintonia con i mutamenti epocali in corso; essa è sempre, comunque, scelta di un individuo, soggetta ad una visione del mondo che, a conti fatti, non fa differenza, potrebbe anche essere equiparata ad un disturbo neurovegetativo. Sul fatto che l'uomo, il singolo, abbia visto giusto, insomma, non vi sono garanzie, ma sulla correttezza epistemica della sua proposta, su di essa no, non si può transigere. Detto in altre parole, le ragioni del cuore, dell'esprit de finesse, oggi possono ed anzi devono essere assecondate poiché finalmente si è capito che qui è il motore di ogni vero arricchimento culturale, ma tutto ciò che di esse ragioni l'arte può restituire è soltanto il conseguente mutare del linguaggio, l'espressione esibita come nuova struttura che cresce nel trasformare quella già raggiunta e consolidata, già offertaci come dono e già acquisita come patrimonio comune. Chi guarda interpreta e dunque sottopone l'immagine d'arte ad una trasformazione puntuale, ma tra questa e la trasformazione puntuale cui l'artista ha sottoposto la sua esperienza del mondo non vi è passaggio, solo una misteriosa, enigmatica, affascinante complementarità, l'illusorio vibrare di una medesima sostanza che ci ostiniamo a chiamare umanità. |
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